La domenica della gioia: abbraccio del Padre. Commento al Vangelo

Nella IV domenica di Quaresima, detta “laetare”, cioè “della gioia”, la liturgia ci fa il grande dono di metterci davanti al vero volto di Dio, unica fonte della nostra gioia. Incamminiamoci, dunque, verso i giorni della Passione, certi che l’amore di questo Padre non abbandonerà il Figlio nel sepolcro e, nella Sua risurrezione, donerà a tutti noi Vita nuova.

Meditazione a cura di Antonella Simonetti, Suora Francescana Missionaria di Assisi

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 15,1-3.11-32)

In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
Ed egli disse loro questa parabola:
«Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

Commento alla Parola nella IV Domenica di Quaresima

“Giona si mise in cammino per fuggire lontano dal Signore” (Gn 1,3)… Un po’ come questi due fratelli, un po’ come può capitare anche a noi. Come mai? Forse per l’idea di Dio che a volte ci facciamo e che non corrisponde al volto del Padre così come risplende sul volto luminoso di Gesù. Ed ecco allora che in questa domenica della gioia la liturgia ci fa il grande dono di metterci davanti al vero volto di Dio, unica fonte della nostra gioia.

È assai riduttivo denominare questo testo “la parabola del figlio prodigo”. Il focus non è certo il figlio, ma il Padre, come Luca chiarisce fin dall’introduzione: ai farisei che criticano Gesù perché accoglie i pubblicani e i peccatori fino a mangiare con loro, rendendosi, così, impuro, il Signore illustra con una narrazione chi è davvero Dio. E allora il titolo giusto potrebbe essere: “la parabola del Padre esageratamente prodigo”.

Chi è Dio, secondo questa parabola? È un Padre che sa tacere, che sa aspettare, che non fa prediche, che non chiede ai figli più di quanto possono dare.

Questo Padre tace di fronte alla richiesta irricevibile del figlio minore, che vuole l’eredità, come se il padre fosse già morto, e lo accontenta. Tace di fronte a questo figlio che sembra andarsene sbattendo la porta, forse senza neanche salutarlo. Tace e non agisce per tutto il tempo della sua assenza, sicuramente con il cuore sanguinante e coltivando la segreta speranza di vederlo tornare. Tace quando il figlio ritorna, tace di fronte al suo falso pentimento e sostituisce alle parole un caldo abbraccio nel quale si scioglie tutto il suo amore di Padre, la sua trepidazione, la sua grande preoccupazione e la sua immensa gioia di aver ritrovato quel figlio tanto atteso.

È questo un Padre che sa aspettare, custodendo nel cuore il figlio amato, mantenendo la sua porta spalancata, anche dopo che il figlio ha sbattuto la sua.

Questo Padre non fa prediche al figlio scapestrato, perché sa che l’amore si comunica con il dono della vita e non con le prediche. E non fa prediche neanche al figlio “retto”, “obbediente”, perché sa che chi è prigioniero del proprio perbenismo, del proprio legalismo non può essere raggiunto con le parole.

È questo un Padre che esce. Così com’è uscito all’inizio, creando l’uomo al di fuori di sé, così com’è uscito inviando il Figlio, per unire l’uomo sempre più strettamente a sé, così ora esce perché non vuol perdere neanche uno dei suoi figli. “Questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno” (Gv 6,39). Proprio così! Pur di non perdere il figlio dissoluto, il Padre passa sopra a tutto, non aspetta che il figlio sia davvero pentito; lo inonda semplicemente di tutto il suo amore. Pur di non perdere il figlio “irreprensibile”, il Padre esce anche incontro a lui, lo va a cercare, lo supplica di entrare per prendere parte alla festa, che senza di lui sarebbe incompleta e… gli svela un segreto: Tu sei sempre con me!

Ecco ciò che i figli non avevano capito e forse anche noi rischiamo di non capire: la festa vera, la Vita vera, quella vita eterna che inizia già su questa terra consiste nello stare con il Signore, nel vivere la nostra esistenza, qualunque essa sia, in sua compagnia.

Ciascuno di questi figli – e forse talvolta anche noi – proietta sul Padre l’idea che egli ha di Lui. Il figlio minore lo considera un padre soffocante, che tarpa le ali della sua libertà; il figlio maggiore si è fatto l’idea che il padre sia un padrone severo, che pretende tanto ed elargisce poco. Ecco perché entrambi si allontanano da un padre così, l’uno partendo realmente, l’altro rimanendo in casa, ma con il cuore gonfio di risentimento e di recriminazioni. E il risultato qual è? Che entrambi si ritrovano prigionieri: il figlio minore delle sue passioni più basse, il figlio maggiore del suo moralismo e del suo rancore.

Una delle tentazioni più frequenti a cui siamo esposti forse è proprio quella di farci un’idea di Dio non rispondente a chi Dio realmente è. Un Dio che non interviene nei momenti di difficoltà e dunque non mi ama, un Dio che fa capitare le disgrazie per punirci o per correggerci, un Dio inteso un po’ come un’“assicurazione sulla vita”, e dunque da “tenersi buono”. E allora, quando la vita e la Scrittura sembrano tratteggiare due immagini di Dio diverse e discordanti, certamente siamo chiamati a credere alla Scrittura, per interpretare alla sua luce la vita. Alla Scrittura dobbiamo continuamente ritornare proprio per purificare la nostra idea di Dio, per incontrare il Dio vero, sempre al di là, sempre oltre ciò che noi pensiamo di Lui.

Attraverso la Scrittura potremo sempre fare esperienza di quel Dio rivelato da Gesù Cristo, un Dio che ci ama in quanto peccatori, e con il suo amore distrugge il nostro peccato; un Dio che, come diceva P. Turoldo, non è un despota onnipotente, ma è semplicemente “onnipotenza d’amare”.

Incamminiamoci, dunque, verso i giorni della Passione, certi che l’amore di questo Padre non abbandonerà il Figlio nel sepolcro e, nella Sua risurrezione, donerà a tutti noi Vita nuova, possibilità rinnovata di stare con Lui, di vivere di Lui nella ferialità e anche nella fatica delle nostre giornate.

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